Belgio

Europa

L’emigrazione degli italiani verso il Belgio è strettamente correlata alla storia dello sfruttamento minerario della regione della Vallonia. Qui si trovano le miniere più antiche d’Europa. Per molto tempo l’estrazione del carbone fu un’attività stagionale, solo nella seconda metà del XIX secolo il ritmo produttivo si intensifica e si qualifica come una vera e propria produzione industriale basata sull’impiego di grandi masse di lavoratori. Dal 1830 al 1900 il Belgio vide decuplicata la sua produzione carbonifera.

Alla fine della Prima guerra mondiale la richiesta di manodopera del Belgio, per la ricostruzione e per l’estrazione mineraria, aumentò in modo considerevole. Gli operai belgi, organizzati in forti sindacati, rifiutavano infatti, dopo i sacrifici e le perdite della guerra, di svolgere i lavori più pericolosi e mal pagati, come nelle miniere di carbone e nelle cave di pietra e marmo. Nel 1922 la Federazione carbonifera belga stipulò un accordo per il reclutamento in Italia di operai che al loro arrivo avrebbero trovato un alloggio e un posto di lavoro assicurati. Oltre ai gruppi organizzati, tra il 1919 e il 1925, furono molti gli arrivi di singoli emigranti che, pur dovendo provvedere autonomamente a trovare lavoro e casa, riuscirono a sistemarsi in breve tempo. Nel giro di pochi anni si formò in Belgio una comunità di 30 mila italiani. Il Belgio fu anche una meta di riferimento per gli emigrati politici, a partire dagli esuli risorgimentali per arrivare agli oppositori del regime fascista nel Ventennio che trovarono il supporto dei socialisti belgi. L’emigrazione dal Trentino verso il Belgio era in linea con la tendenza italiana, tra il 1922 e il 1932 furono circa 6500 i trentini che espatriarono verso questa destinazione: la seconda nazione in ordine di preferenza dopo la Francia. Anche difronte ai pericoli del lavoro e all’ambiente malsano pochi si tirarono indietro, la miseria che si lasciavano alle spalle era più spaventosa del buio della miniera.

Nel 1940, quando il Belgio venne invaso dalla Germania, ci fu un gran numero di antifascisti che vennero arrestati dalle autorità belghe perché cittadini di un paese nemico, altri si unirono alla Resistenza. Il Belgio non si dimostrò riconoscente per il sacrificio degli antifascisti italiani: nel dopoguerra, in clima di guerra fredda, i sopravvissuti, gli ex-partigiani, vennero arrestati ed espulsi.

Nel 1946 la realtà dell’immigrazione italiana in Belgio venne mutata in maniera radicale dal protocollo d’intesa stipulato tra i due governi. Era previsto l’invio di contingenti di giovani operai (massimo 35 anni), senza formazione e senza informazioni, per lavorare nel sottosuolo belga. I manifesti affissi in tutta Italia pubblicizzavano le garanzie per i lavoratori: il salario, l’alloggio, le vacanze, gli assegni familiari. Ma nulla spiegavano di quel che realmente sarebbe stato il lavoro in miniera. All’Italia era richiesto l’invio di 2000 lavoratori ogni settimana e anche i trentini partirono all’interno di questo accordo.

L’impatto con il lavoro in miniera fu così inaspettato e terrificante che ogni settimana, tra i nuovi arrivati, erano in centinaia ad essere arrestati per la rescissione del contratto. Nessuno degli operai reclutati in Italia, al contrario dei belgi, sapeva delle condizioni di lavoro malsane e pericolose, delle malattie polmonari che non lasciavano scampo (nel 1959 un lavoratore su quattro risultava invalido a causa delle malattie professionali) e degli incidenti che si verificavano quotidianamente. Le soluzioni abitative individuate per i minatori immigrati costituivano un ulteriore fattore traumatico: in Belgio la guerra aveva provocato, come dappertutto, una crisi degli alloggi e non c’erano case per gli stranieri. Gli immigrati furono quindi stipati nei campi di prigionia costruiti dai nazisti per i prigionieri russi, nelle stesse baracche e sugli stessi pagliericci marci.

La storia delle miniere del Belgio è tragicamente scandita dai terribili incidenti che costarono la vita ad almeno un migliaio di minatori solo nel decennio 1946-1956. Il più grave fu quello dell’8 agosto 1956 nella miniera di Marcinelle nel quale morirono 262 minatori di cui 136 italiani (tra loro anche il trentino Primo Leonardelli di Borgo Valsugana). Il disastro avvenne nel periodo di maggiore lavoro per le miniere. Nel 1957 infatti si toccherà la cifra massima di 152 mila occupati nell’estrazione del carbone, quasi tutti stranieri e per la maggior parte italiani (nel 1961 gli italiani erano il 44 % della popolazione straniera del Belgio). La tragedia di Marcinelle, svelando all’opinione pubblica italiana le condizioni di vita e di lavoro degli immigrati italiani (vittime inoltre di razzismo e discriminazioni sistematiche), sancisce la fine dell’emigrazione ufficiale organizzata dal governo. L’emigrazione spontanea, nei settori della siderurgia e dell’edilizia invece continuerà, soprattutto dalle regioni meridionali, fino al 1970 quando la presenza italiana in Belgio raggiunse il suo apice con 300 mila individui.

Per maggiori informazioni consulta le pubblicazioni di Mondotrentino.it

F. Massarotto Raouik, L’emigrazione trentina al femminile. Belgio e Canada: oltre la nostalgia, Provincia autonoma di Trento, 1996


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