Brasile

America latina

Il Brasile nel 1822 ottenne la propria indipendenza dal Portogallo attraverso un processo non traumatico, a differenza di altre nazioni del Sud America. Pedro I infatti, figlio del Re João VI e già reggente del Brasile, ne dichiarò l’indipendenza e istituì la monarchia costituzionale senza entrare in conflitto aperto con il padre. Nel 1831 dopo la morte di Re João VI, Pedro I venne richiamato a Lisbona. Abdicò quindi in favore del figlio Pedro II di soli cinque anni. Nel periodo di reggenza il Brasile conobbe una situazione di forte instabilità politica e sociale: lotte tra conservatori e liberali, tra centralisti e federalisti, tra monarchici e repubblicani, rivolte popolari e tentativi di secessione. Nel 1841 Pedro II, a quattordici anni, venne incoronato imperatore. Durante il suo governo, durato più di cinquant’anni, il Brasile conobbe un periodo di pace interna e di progresso economico e sociale dovuto soprattutto alla fiorente coltivazione su larga scala del caffè.

Durante l’impero di Pedro II cominciò anche l’immigrazione regolare dall’Europa verso il Brasile. A partire dal 1875 ha inizio un flusso migratorio che in un secolo circa porterà in Brasile 5 milioni di europei tra cui 1,5 milioni di italiani. In principio furono i tedeschi a rispondere alle richieste di lavoratori del Brasile, in 250 mila emigrarono dalla Germania tra il XIX e la metà del XX secolo, ma gli italiani costituirono in assoluto il gruppo nazionale più consistente. Nel periodo di maggiore afflusso, tra il 1887 e il 1902, gli italiani furono 900 mila, il 60% di tutti gli stranieri in ingresso. A questa prima imponente fase seguì un rallentamento e dal 1903 al 1920 si ebbe l’arrivo di circa 300 mila lavoratori.

Durante il XX secolo i numeri si ridurranno ancora. Nel corso del tempo si assiste ad un cambiamento nella tipologia dei lavoratori immigrati: alla fine del XIX secolo si trattava soprattutto di famiglie contadine, in seguito cominciarono ad arrivare artigiani e operai sempre più specializzati e con un maggiore livello di istruzione. Le richieste di lavoratori da parte del governo brasiliano rispondevano a diverse istanze. Bisognava popolare vaste aree di territorio semidisabitate per sottrarle ai nativi e metterle a coltura. C’era inoltre il desiderio di aumentare la presenza di abitanti “bianchi” dopo che nei secoli milioni di africani erano stati deportati e ridotti in schiavitù nelle piantagioni. Inoltre, su pressione dell’Inghilterra, si avvicinava la fine dello schiavismo: nel 1850 cessarono le deportazioni dall’Africa e nel 1888 vi fu l’abolizione totale. Si impose quindi per l’economia brasiliana la necessità di trovare una manodopera alternativa.

Per quel che riguarda l’emigrazione dei trentini va tenuto presente che fino al 1918 essi erano cittadini dell’Impero austro-ungarico pertanto fino a quella data risultano esclusi dai dati statistici relativi all’Italia. Una delle prime vicende note di trentini che emigrano in Brasile risale al 1874. In quell’anno 400 contadini della Valsugana vennero chiamati in Brasile da un altro trentino, Pietro Tabacchi, che, emigrato anni prima, aveva fatto fortuna come commerciante di legname e proprietario terriero. Egli intuì subito, ben prima della definitiva abolizione della schiavitù, che il Brasile aveva bisogno di manodopera e richiamò dunque questo primo gruppo di conterranei. Il Brasile divenne negli anni una destinazione dalle forti attrattive per i trentini: lo sceglieranno quasi 30 mila emigrati fino al 1914.

Inizialmente il Brasile non si presentava come una soluzione facile. Imponeva di lottare contro una natura selvaggia e lussureggiante che tentava continuamente di riprendersi le terre coltivate, gli insediamenti erano distanti l’uno dall’altro, nella foresta non c’erano strade, medici, scuole o chiese. Ma la foresta era anche piena di cibo e subito la fame fu sconfitta: la stessa fame che tanti avevano patito in patria. Nel giro di qualche anno il primo gruppo di valsuganotti diede vita ad una comunità, che chiamarono Nova Trento. La prima di una serie di Nova Trento, Nova Levico, Nova Tyrol e di altre cittadine con i nomi dei paesi e delle valli trentine. La maggior parte dei trentini in Brasile, circa 20 mila, trovò impiego nelle colonie agricole. Si trattava di contadini che in patria possedevano in media un ettaro di terra, mentre in Brasile, a prezzi bassissimi, si poteva diventare proprietari di lotti che misuravano dai 15 ai 60 ettari. Quelle famiglie, non solo trentine, che presero parte alla colonizzazione agricola furono protagonisti molto spesso di vicende che potremmo definire “a lieto fine”. Le dimensioni e la qualità della terra, la varietà delle colture, lo sviluppo delle comunità, il mantenimento del dialetto, delle tradizioni e dei modi di vita del paese di origine crearono la percezione di un progresso rispetto alla situazione di partenza. Nel complesso, dopo le difficoltà iniziali, i coloni riuscirono mediamente a raggiungere un benessere maggiore di quello che avrebbero potuto sperare in Trentino.

Completamente diversa fu la sorte toccata a quei lavoratori che vennero impiegati nelle fazendas, le grandi piantagioni di caffè dove il lavoro era salariato e non vi era alcuna possibilità di riscattare la terra. Il compenso per il lavoro nella piantagione era solo in parte monetario e andava ad alimentare un sistema di debiti estremamente vincolante. Nei latifondi le condizioni di lavoro erano le stesse che venivano inflitte agli schiavi: segregazione, punizioni corporali, molestie sessuali, lavoro infantile, limitazione della libertà personale. Non vi era alcuna assistenza sanitaria, nessun conforto religioso e nessun tipo di vita sociale. Gli immigrati provenienti da una medesima regione venivano appositamente tenuti separati per non creare movimenti di solidarietà e supporto reciproco. Rimaneva la possibilità di abbandonare la piantagione alla fine dell’anno agricolo e moltissimi ne approfittarono. Una delle opzioni successive era il rimpatrio e molti italiani che subirono l’esperienza del lavoro nelle piantagioni scelsero di rientrare: tra il 1890 e il 1904 il 30% e tra il 1905 e il 1920 addirittura il 60%. Chi decideva di restare in Brasile poteva cercare una fazenda dalle condizioni più umane oppure trasferirsi in città.

Nel corso del XX secolo il flusso migratorio dall’Italia, e dal Trentino, verso il Brasile non si esaurisce del tutto ma si presenta con cifre molto inferiori rispetto al passato. Tra il 1921 e il 1940 l’afflusso di italiani si attesta attorno agli 80 mila ingressi e nell’ultima fase, dal 1946 al 1960, supera di poco i 110 mila. Nell’ultimo periodo, a partire dal 1952, si ha una riproposizione dell’emigrazione assistita, con il trasporto gratuito di lavoratori che rispondano alle caratteristiche indicate dalle autorità brasiliane. Negli anni ’60 gli arrivi si riducono a qualche centinaio all’anno in relazione alle necessità di aziende italiane con investimenti in Brasile.

Per maggiori informazioni consulta le pubblicazioni di Mondotrentino.it

I. M. Boso, Noialtri chi parlen tuti en talian. Dialetti trentini in Brasile, Museo storico in Trento, 2002

R. M. Grosselli, Vincere o Morire Colonie imperiali nella terra del caffè. Contadini trentini (veneti e lombardi) nelle foreste brasiliane. I parte. Santa Caterina 1875 -1900, Provincia autonoma di Trento, 1986

R. M. Grosselli, Colonie imperiali nella terra del caffè. Contadini trentini (veneti e lombardi) nelle foreste brasiliane. II parte. Espirito Santo 1874-1900, Provincia autonoma di Trento, 1987

R. M. Grosselli (a cura di), “Là per me era come un paradiso”. Memorie di Luigi, emigrato trentino, Provincia autonoma di Trento, 1989

R. M. Grosselli, Dove cresce l’araucaria. Dal Primiero a Novo Tyrol: Paranà 1874-1940. Contadini trentini (veneti e lombardi) nelle foreste brasiliane, Provincia autonoma di Trento, 1989

R. M. Grosselli, Da schiavi bianchi a coloni: un progetto per le fazendas. Contadini trentini (veneti e lombardi) nelle foreste brasiliane, Provincia autonoma di Trento, 1991

R. M. Grosselli, Noi tirolesi, sudditi felici di Dom Pedro II, Provincia autonoma di Trento, 2008


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