Cile

America latina

Il Cile fu per secoli la più povera e meno popolosa fra le colonie della Spagna. Raggiunse l’indipendenza nel 1818 dopo un decennio di scontri con l’esercito spagnolo. Per tutto il XIX secolo la politica interna fu dominata dalle tensioni, prima la guerra civile, poi il regime autoritario e centralistico guidato dall’oligarchia dei grandi proprietari terrieri, degli imprenditori minerari, dell’alta borghesia e delle gerarchie ecclesiastiche e militari. In politica estera si susseguirono le guerre espansionistiche nei confronti dell’Argentina, del Perù e della Bolivia per il controllo di alcune aree produttive come i giacimenti di salnitro e rame. Grazie allo sfruttamento delle risorse minerarie e all’afflusso di capitali stranieri il paese ebbe, nell’Ottocento, un notevole sviluppo economico.

Il Cile non si qualificò mai come una delle mete preferite per l’emigrazione europea.
Era difficilmente raggiungibile e presentava un territorio poco attraente per i migranti che erano in prevalenza agricoltori: un grande deserto a nord, poche zone coltivabili e la presenza incombente delle Ande. Solo il 2% degli 11 milioni di europei che emigrarono in Sud America prima del 1915 arrivò in Cile. Nel 1907 la presenza di stranieri nel paese era il 4,5% della popolazione, molto bassa se paragonata a quella dei paesi vicini: Argentina 78%, Uruguay 50%, Brasile 21,5%.
Alla metà del XIX secolo i dati riportano la presenza in Cile di 12 mila italiani. Si trattava soprattutto di marinai, commercianti, lavoratori del terziario e non mancava qualche imprenditore. La relativa ricchezza degli immigrati italiani si traduceva nella vivacità delle loro iniziative culturali e associative: negli anni ’20 i dati riportano il numero di 70 associazioni e nella città di Valparaíso era stampato un quotidiano in italiano con tiratura di duemila copie.

La vicenda migratoria dei trentini in Cile si inserisce nel contesto delle azioni per la ricostruzione nel secondo dopoguerra. Nell’ambito del Piano Marshall (programma di aiuti all’Europa da parte degli Stati Uniti) erano stati previsti dei finanziamenti per sperimentare la colonizzazione agricola in alcuni paesi del Sud America. Con questi incentivi gli Stati Uniti intendevano affrontare due problemi: la disoccupazione in Europa e la crisi del settore agricolo in alcuni paesi Sudamericani. All’Italia venne quindi assegnato, nel 1950, un finanziamento a favore dell’emigrazione e per l’assistenza tecnica agli emigrati. Venne riorganizzato l’Istituto di credito per il lavoro italiano all’estero (ICLE) che effettuò una serie di visite per individuare i terreni da assegnare ai coloni. Sulla scelta di coinvolgere proprio i trentini pesarono due condizioni: il fatto che il presidente del consiglio fosse il trentino Alcide Degasperi e la preferenza espressa dal governo cileno per i lavoratori provenienti dalle Alpi. Durante le missioni effettuate tra il 1949 e il 1950 vennero rilevati alcuni problemi che dovevano essere affrontati prima dell’arrivo degli agricoltori: i più gravi erano la salinità del terreno e la mancanza di un sistema di irrigazione. Nel febbraio 1951 si ebbe il reclutamento di 21 famiglie trentine (153 persone) che in maggio raggiunsero la colonia agricola La Vega Sur presso la municipalità di La Serena. Qui vennero loro assegnati dei lotti di terra che dovevano essere pagati in 40 rate annuali. All’arrivo dei coloni i problemi segnalati dalla missione tecnica non erano stati affrontati e non erano stati terminati i servizi per i lavoratori (abitazioni, pozzi, attrezzature, sementi). Un altro aspetto problematico fu la mancanza di un mercato per i prodotti delle colonie agricole: la zona di La Serena era troppo scarsamente popolata e troppo lontana dagli altri centri urbani.

Le terre della colonia impiegarono anni per diventare produttive. Nel frattempo i trentini furono costretti a cercare delle attività alternative. Alcuni comperarono delle mucche, altri misero a frutto competenze artigianali, molti giovani si trasferirono in città dove le ragazze potevano impiegarsi come domestiche. Un buon investimento si rivelò per molti l’acquisto di un camion, visto che la colonia era vicina alle miniere e c’era una costante richiesta di trasportatori. Molti coloni desiderarono tornare in Trentino ma si rivelò un’ipotesi non realizzabile a causa dei debiti contratti con l’ICLE e con la Cassa di colonizzazione (ente pubblico cileno) sia per l’acquisto della terra che per la fornitura degli attrezzi e delle sementi.

Nonostante i governanti trentini fossero a conoscenza dei problemi che stava affrontando il primo gruppo di coloni, decisero di proseguire sulla stessa strada e di organizzare altre partenze.
Sempre nella zona di La Serena vennero create le aziende agricole di S. Ramon e S. Ines con l’aggiunta dei fondi Rinconada e Mirador. L’operazione venne gestita dalla neonata Compagnia italo-cilena di colonizzazione (fondata nel 1950 a Santiago) e sponsorizzata dalla Regione Trentino-Alto Adige che si fece carico degli incontri informativi e della selezione dei candidati. Tra il 1952 e il 1953 partirono quindi altri gruppi di trentini per un totale di 758 persone. I territori selezionati per questa operazione si rivelarono del tutto inadatti, completamente aridi e privi di alcun sistema di irrigazione. Al loro arrivo i coloni si trovarono addirittura privi di un alloggio nonché di tutto il necessario per lavorare. Già nel corso del 1953 quelli che potevano permetterselo e che avevano ancora in Trentino una casa in cui tornare abbandonarono il Cile. I giovani uomini che erano partiti da soli lasciarono subito le colonie agricole e si impiegarono nelle professioni più diverse nei centri urbani maggiori: questi furono i casi di emigrazione che diedero i risultati migliori. Le molte famiglie che invece tentarono di resistere nelle terre assegnate vissero di fatto per lungo tempo solo grazie ai sussidi.

Nel 1955 giunse da Trento una delegazione per cercare di risolvere la situazione, ma trovò solo 72 famiglie delle 108 originarie. Solo trenta rimasero a La Serena dove il terreno venne redistribuito in lotti molto più grandi e si crearono quindi le condizioni per una vita soddisfacente. Le altre poterono scegliere di trasferirsi nella zona di Santiago oppure in Brasile con il viaggio pagato e un sussidio. I destini a cui andarono incontro coloro che si trasferirono furono i più diversi, ci fu chi riuscì ad avviare delle attività economicamente produttive e chi invece scivolò nel proletariato. I più sfortunati vennero rimpatriati a spese della Provincia ancora negli anni ’70 e ’80.

Per maggiori informazioni consulta le pubblicazioni di Mondotrentino.it

M. V. Grigolli, L’emigrazione trentina in Cile (1950 – 1974), Museo Storico in Trento, 2005


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