Francia

Europa

La Francia nel XIX secolo era un paese scarsamente popolato, in relazione alle sue dimensioni e questo fatto, unito alla sua storia coloniale (quella di un impero che per estensione superava l’Europa intera, secondo solo al Commonwealth britannico) ne fece uno dei principali poli di attrazione in Europa. La prima fase di immigrazione di una certa rilevanza si verificò a partire dal 1850 in corrispondenza con l’avvio della rivoluzione industriale.

L’Italia si qualificò da subito come il principale serbatoio di manodopera. Tra il 1880 e il 1965 gli italiani furono sempre il 25-30% degli stranieri presenti nel Paese. Tra la fine del XIX secolo e il 1911 le partenze dall’Italia furono sempre più massicce passando da 163.000 a 420.000 arrivi all’anno. Nel 1911 gli italiani erano l’1% dell’intera popolazione della Francia e il 38% degli stranieri. Nel primo decennio del Novecento la Francia era la prima meta europea per gli italiani, aveva superato la Germania e la Svizzera (fino a quel momento favorite) ed era la terza destinazione al mondo dopo Stati Uniti e Argentina. Inizialmente si trattò di un flusso migratorio di prossimità (dal Piemonte e dalla Lombardia) che gradualmente si allargò a regioni più lontane dalla frontiera. Anche i luoghi di arrivo preferiti erano i più vicini al confine ad eccezione della capitale a cui si rivolgeva pur sempre un 10% degli immigrati. Quindi si ebbe una concentrazione di arrivi nella zona di Lione, in Corsica e sulla Costa Azzurra (nel 1911 è italiano il 25% degli abitanti di Marsiglia). Le professioni esercitate dagli italiani erano quelle più faticose e meno desiderabili: nelle fabbriche chimiche, nell’edilizia, nelle campagne, nelle cave e nelle miniere.

Dopo la Prima guerra mondiale il bisogno di manodopera per la ricostruzione diede nuovo impulso all’immigrazione, anche da quelle regioni italiane che prima erano state coinvolte solo marginalmente come il Veneto e il meridione. Similmente si diversificarono le destinazioni: Parigi superò Marsiglia mentre si rivelava come meta emergente la Lorena.

Durante la Seconda guerra mondiale Italia e Francia furono nazioni nemiche e Roma richiamò in patria gli italiani residenti all’estero. Tra il 1939 e il 1941 si contarono 160.000 rientri. Quelli che rimasero in Francia vennero guardati con sospetto e furono 20.000 gli internati nel 1940. Non bisogna dimenticare coloro che scelsero di restare per partecipare alla resistenza e contribuire alla sconfitta del nazifascismo in Europa (18.000 persone secondo alcune stime).

Il secondo dopoguerra richiamava nuovamente lavoratori per la ricostruzione. Solo alcuni fra coloro che erano tornati in patria durante il conflitto si spostarono di nuovo, mentre venne creato a Milano un centro per il reclutamento. Qui venivano selezionati i candidati per l’emigrazione e in maniera non ufficiale, in base a logiche razziste, venivano favoriti i richiedenti dal nord Italia (il presidente De Gaulle avrebbe preferito il nord Europa, ma non c’erano candidati). La Francia del secondo dopoguerra era però impoverita e la sua forza attrattiva non era più la stessa: gli arrivi furono meno del previsto, nel 1947 le persone coinvolte furono 41.000 a fronte delle 200.000 preventivate. In questa fase migratoria si spostò un numero maggiore di famiglie rispetto agli uomini soli e questo favorì lo stanziamento duraturo e l’integrazione. L’immigrazione italiana in Francia cominciò a diminuire a partire dagli anni ’60 fino ad esaurirsi, sia per un maggiore gradimento accordato ad altri Paesi (Svizzera e Germania) che per il miglioramento della situazione economica dell’Italia stessa.

Per quel che riguarda l’emigrazione dei trentini bisogna ricordare che fino al 1918 il Trentino faceva parte dell’Impero austro-ungarico, i dati che coinvolgono gli abitanti di questa regione non sono quindi rintracciabili nelle statistiche relative all’Italia. L’attrattiva esercitata dalla Francia sui trentini era minore rispetto a quella di altri Paesi europei come la Germania o il Regno d’Italia. Nel 1907 è registrata la presenza di quelle categorie di lavoratori stagionali e ambulanti che percorrevano l’Europa in lungo e in largo, soprattutto venditori di stampe e di mercerie. In questa prima fase fu molto rara l’emigrazione di lunga durata.

A partire dalla fine del XIX secolo una regione fu privilegiata dai trentini, la Vallée, nel dipartimento della Lorena che fu parte della Germania fino al 1918 e solo in seguito passò alla Francia. Si trattava di uno dei territori con la maggiore produzione di ferro in Europa. In virtù delle catene migratorie che portavano compaesani e parenti ad emigrare negli stessi luoghi, nella cittadina di Fontoy si formò un nucleo consistente di trentini provenienti da Grumes, in Val di Cembra, tanto che un quartiere della città venne chiamato “cité dei grumesani”.

Un flusso migratorio davvero rilevante ebbe inizio nel periodo tra le due guerre mondiali. Tra il 1922 e il 1932 il 40% delle partenze dal Trentino fu diretto verso la Francia. La richiesta di manodopera era rivolta agli operai, ai minatori e ai contadini. Le campagne del sud-ovest si erano infatti spopolate a causa della Prima guerra mondiale e per il processo di inurbamento. Gli italiani occuparono questo spazio libero, come salariati, mezzadri ma anche come piccoli proprietari. A questo proposito è interessante ricordare come non furono pochi i casi di immigrati importatori di capitali. Una condizione che non si verificò quasi mai altrove per quel che riguarda i trentini. Grazie ai dati raccolti in un sondaggio del 1925 risultano emigrate 123 famiglie (640 persone) fra le quali 67 erano diventate proprietarie della terra.

Un altro blocco consistente di trentini fu quello che si rivolse alle miniere, nel bacino della Lorena, a Grenoble e sui Pirenei. Sulle Alpi invece trovarono lavoro i boscaioli. Parigi naturalmente veniva sempre scelta da una certa percentuale di emigrati, soprattutto coloro che si impiegavano nell’edilizia. Altre destinazioni furono quelle cittadine minori che si stavano sviluppando come zone industriali specializzate, ad esempio St. Etienne, nel dipartimento della Loira, con le sue fabbriche tessili, di armi e di biciclette. Un peso rilevante, ma difficilmente quantificabile, ebbe l’emigrazione clandestina, costituita in larga parte da coloro che entravano nel Paese con un visto turistico e alla scadenza rimanevano grazie all’appoggio di amici e parenti. L’emigrazione dei trentini verso la Francia venne meno durante la Seconda guerra mondiale a causa delle ostilità. Nel secondo dopoguerra l’immigrazione riprese in maniera molto contenuta, per gli anni ’50 si limitò a poche decine di persone all’anno.

Per maggiori informazioni consulta le pubblicazioni di Mondotrentino.it

F. Massarotto Raouik, L’emigrazione trentina al femminile. Francia: ai confini della memoria, Provincia autonoma di Trento, 1996


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