Svizzera

Europa

 

La storia della Svizzera in quanto Stato nazionale unitario, e conseguentemente la sua storia migratoria, inizia solo dopo il 1848 anno in cui entra in vigore la Costituzione federale. Lo stesso territorio fu però oggetto di percorsi migratori già a partire dal XVII secolo. La prima grande ondata si ebbe nel 1686 quando vi si rifugiarono decine di migliaia di protestanti in fuga dalla Francia. Un numero imprecisato di emigranti giunse poi alla fine del XVIII secolo in cerca di asilo in seguito alla Rivoluzione francese. L'immigrazione ebbe però un ruolo determinante per l'evoluzione demografica della Svizzera moderna solo dalla fine del XIX secolo.

Nella seconda metà dell'Ottocento cominciarono ad arrivare in maniera consistente i lavoratori italiani. Il loro numero crebbe costantemente per almeno un secolo: erano 10.000 nel 1860, nel 1900 raggiungevano il numero di 117.059 e nel 1910 costituivano il 36% degli stranieri presenti nella Confederazione con 202.809 presenze.
Tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento si inaugurarono i grandi cantieri dei trafori alpini nei quali vennero impiegati un gran numero di operai italiani. Alla galleria ferroviaria del San Gottardo (1872 – 1882) lavorarono soprattutto operai dall'Italia del nord mentre per il traforo del Sempione (1898 – 1905) cominciarono ad arrivare anche dal Meridione. I grandi cantieri dei trafori furono caratterizzati dallo sfruttamento economico e da condizioni di lavoro pesantissime: turni di otto o dodici ore senza pause, dentro al tunnel si lavorava immersi nell'acqua con temperature fino a 50 gradi. Vennero svolte alcune inchieste sulle condizioni dei lavoratori che non riuscirono tuttavia a migliorare la situazione nei cantieri successivi, ad esempio quello del Loetschberg (1907-1913) che impiegò 3250 operai, il 40% erano italiani. Le condizioni di lavoro degli immigrati nei cantieri delle grandi opere rimasero molto precarie anche in tempi più recenti. La situazione venne tragicamente alla luce nel 1965 con il disastro della diga di Mattmark. Mezzo milione di metri cubi di ghiaccio si abbatterono sul villaggio degli operai del cantiere uccidendo 83 lavoratori (57 italiani).

La Prima guerra mondiale e poi il fascismo misero un freno all'emigrazione che riprese con più slancio solo nel secondo dopoguerra. A causa della carenza di manodopera già nel 1946 la Svizzera, come altri Paesi europei, stipulò degli accordi bilaterali con l'Italia per l'invio di lavoratori. Nel 1950 gli italiani erano 140.000, la comunità di stranieri più numerosa (49%). Nel 1955 erano 160.000 (il 59% degli stranieri) e provenivano per il 70% dal Nord Italia. Dieci anni dopo la situazione si mostrava ribaltata e i meridionali erano il 60% degli italiani in Svizzera. Nel 1975 si ebbe la punta massima delle presenze italiane con 573.085 immigrati. In seguito, una grave crisi occupazionale che fece perdere il lavoro a 200.000 persone, costrinse masse di immigrati a tornare in patria. In cinque anni rientrarono in Italia 120.000 lavoratori e altri 40.000 nei successivi cinque anni. Con il progressivo miglioramento dell'economia italiana, si ebbero sempre meno partenze.

Per quel che riguarda i trentini bisogna ricordare che fino al 1918 erano cittadini dell'Impero austro-ungarico e quindi il loro numero non è compreso nei dati relativi all'Italia. A partire dal 1880 i trentini furono presenti in Svizzera come operai nell'industria tessile e come aisempòneri (termine che deriva dalla parola tedesca Eisenbahn, ferrovia, e che indicava gli emigranti impiegati nei cantieri delle infrastrutture). Nel 1911 si recarono nella Confederazione quasi 1400 trentini, non solo uomini ma anche donne e bambini. Per le donne la maggiore attrattiva era costituita dalle fabbriche tessili del Canton San Gallo e dai filatoi di Zurigo. Gli uomini erano invece impiegati nell'edilizia. Dopo la pausa dovuta alla Prima guerra mondiale, la migrazione riprese verso le medesime regioni e più o meno per le stesse professioni: il settore tessile e il lavoro a domicilio per le donne, l'edilizia e le grandi opere per gli uomini.

Nel secondo dopoguerra l'emigrazione dal Trentino riprese in maniera massiccia rivolgendosi prevalentemente verso l'Europa. La Svizzera fu ancora una delle mete privilegiate e accolse tra il 1947 e il 1951 il 40% degli emigrati trentini. Mantenne la sua forza attrattiva per tutti gli anni '70, tra il 1946 e il 1977 sono stimate tra le 20 e le 30.000 partenze. A partire dagli anni '50 le professioni svolte si diversificarono rimanendo però sempre ad un livello medio-basso.

Un caso particolare che coinvolse il Trentino fu quello della Trentiner Aktion. Nel 1946 venne firmato un accordo tra la Federazione delle cooperative Migros di Zurigo e la Camera confederale del lavoro di Trento. L'accordo prevedeva l'ingaggio di 5000 lavoratori, uomini e donne, da impiegare in agricoltura, edilizia, nell'industria e nei servizi domestici. Il contratto doveva garantire ai lavoratori e alle lavoratrici lo stesso trattamento finanziario e la stessa assistenza sociale dei salariati svizzeri della medesima categoria. L'accordo si concluse nel 1947 prima della partenza di tutti i lavoratori previsti e in totale coinvolse meno di 3000 trentini.

 


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